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20 aprile 2012

Furti notturni sventati dai Carabinieri a Carpinone

Ladri in azione a Carpinone. 
Una serie di furti notturni a danno di pubblici esercizi del nostro comune sono stati sventati dall’Arma dei Carabinieri.
Solo grazie all’attività preventiva svolta dai militari della Compagnia di Isernia e della Stazione di Carpinone, nella notte tra il 15 e il 16 aprile, una banda di malfattori (dediti a furti negli esercizi pubblici) non ha potuto portare a termine i colpi che  aveva pianificato.
I ladri avevano preso di mira una tabaccheria e di un bar di Carpinone.
Il tempestivo intervento dei Carabinieri di Carpinone ha fatto si che i ladri siano fuggiri, essi infatti si sono dileguati appena in tempo per le campagne circostanti favoriti dal buio della notte abbandonando un’autovettura, pure asportata nel corso della notte in quel centro, caricata con  svariate scatole di sigarette trafugate da una tabaccheria. 
La refurtiva  recuperata, del valore complessivo di svariate migliaia di euro e l’autovettura rubata, sono state restituite ai legittimi proprietari e titolari dell’esercizio. Un segnale forte per i malfattori che ora  dovranno tenere presente la reattività dell’Arma  che da tempo ha intensificato l’azione preventiva contro i furti.

15 aprile 2012

Gli antefatti della battaglia di Sessano

A cura di Enio Monaco.

Per Antonio Caldora, Carpinone, nella sua particolare posizione rappresentava un baluardo di ultima speranza nella continua lotta contro Aragona e pertanto anch'egli continuava colà ad ammucchiare quasi tutti i suoi tesori.
Furono proprio le ricchezze concentrate nel castello e la  posizione strategica del paese, alle porte della regione, che spinsero e fecero maturare, nella mente di ALFONSO V D’ARAGONA, il disegno di conquistare Carpinone,  il quale dopo svariati e diversi indiretti tentativi, il 28 giugno dell’anno 1442, si affrontava con Antonio Caldora nella pianura di Sessano e dopo una cruenta battaglia conquistava il feudo.
E’ da precisare che il re aveva mandato avanti FRANCESCO PANDONE e PALERMO CENTURIONE affinchè, nottetempo, tentassero con scale di introdursi nel paese, in attesa del suo arrivo con il resto dell’esercito.
A questo punto, mentre ALFONSO giungeva non molto distante da Carpinone e per la precisione nei pressi di Monteroduni, la vicenda bellica si aricchisce di un episodio singolare. Non esistendo l’attuale ponte sul Volturno, bisognava passare il fiume a guado. Arrivato il re e raggiunta l’altra riva con una parte dell’esercito, mentre attendeva il resto dei suoi uomini che attraversavano, notò che un certo Bugardo, soldato del capitano Rodolfo Perugino, era in grosse difficoltà  e dibattendosi nell’acqua veniva travolto dalla corrente perché gli era venuto meno il cavallo su cui viaggiava. Alfonso V gridò ai suoi chè soccorressero l’uomo in difficoltà ma non si mosse alcuno. Allora il re spronò decisamente il suo destriero e si lanciò in acqua in aiuto dello sventurato. Fu come una calamita per tutti che fece scattare il coraggio dei soldati che si gettarono anchessi nel fiume. Bugardo fu tratto in salvo, ma mezzo morto; fu appeso ad un albero, a testa in giù, ed espulse la molta acqua ingerita. La prima parola che pronunziò, appena gli fu possibile fu “Aragona, Aragona”. Questo commosse molto Alfonso d’Aragona e, da quel giorno, Bugardo fu sempre tenuto in ottima considerazione e riempito di doni.

Intanto il Palermo Centurione, secondo i piani, giunto a Carpinone, clandestinamente riuscì ad entrarvi di notte, senza che se ne accorgessero gli abitanti, ma non poté conquistare il castello. La brillante azione non valse a nulla, poiché il Palermo, che attendeva con ansia il re Alfonso, per consolidare il frutto del suo audace colpo di mano, ebbe notizia invece che stava per sopraggiungere Antonio Caldora e pertanto, mosso dal timore di perdere il ricavato del saccheggio, con rapida decisione, abbandonò Carpinone. Alfonso V che saliva da Isernia, fu informato e ne rimase molto turbato sia perché gli era sfuggita di mano una posizione strategica e sia perché aveva perso l’occasione di impossessarsi delle enormi ricchezze e dei tesori che erano custoditi nel maniero. Pertanto le operazioni subivano una variante e il re altro non poté fare che provvedere allo svernamento delle truppe nelle terre vicine, mentre egli tornava indietro a Venafro relegando in prigione, nella rocca Ianula di San Germano (Cassino) il responsabile della perdita di Carpinone.
Quello che appare strano comunque in questi avvenimenti è che re Alfonso V passa due volte per Isernia in quella circostanza, ma non si pone minimamente il problema di conquistarla. Era evidente che il perno della resistenza antiaragonese era nella zona del Caldora. Una volta eliminato questi, gli sarebbe stato facile diventare padrone di tutte le terre dintorno. Il baluardo pertanto era rappresentato dal castello di Carpinone. Adesso, ancora un’altra particolare vicenda arricchisce la storia di quel particolare momento.
Arrivato che fu Antonio Caldora a Carpinone, accortosi che Alfonso rappresentava sempre più un pericolo perché prosperava continuamente, volle accattivarsi la sua simpatia e rappacificarsi con lui e, in pegno di fedeltà al patto di riconciliazione, gli consegnava il proprio figlio TRISTANO, giovincello di rara bellezza e di leggiadri costumi. Il re accettò, sia per liberarsi dalle insistenze del suo nemico, sia perché con questo atto di clemenza voleva eliminare, in un momento assai decisivo, un notevole ostacolo alla realizzazione del suo piano di conquista.
Tristano fu assegnato come compagno a FERDINANDO, figlio del re; e sicuramente Alfonso V non sarebbe stato alieno di dargli in matrimonio la propria figlia maggiore, se avesse ricevuto dal Caldora, più esplicite testimonianze di fedeltà e lealtà. Purtroppo la instabilità di Antonio ne fu la rovina.
Non passava molto tempo da questo episodio che FRANCESCO SFORZA, avendo saputo degli intrighi tra Antonio e Alfonso V, contro ogni previsione, indignato, entrò in Abruzzo e occupò le terre dei Caldora ed attaccò battaglia con RAIMONDO CALDORA ( zio di Antonio) il quale rimasto sconfitto, fu mandato in prigione nel castello di Fermo.
Colpendo Caldora significava guastare i piani di re Alfonso, il quale scatenava subito una controffensiva, muovendo verso la Puglia per attaccare le terre di pertinenza dello Sforza.
A questo punto lo Sforza tentava una mossa diplomatica: liberava Raimondo Caldora a condizione che quest’ultimo si impegnasse a staccare il nipote da re Alfonso e farlo ritornare dalla parte dell’Angioino. Raimondo sia per gratitudine verso lo Sforza sia per sentimento di fedeltà a Renato d’Angiò riusciva nell’intento. Per salvare il giovane Tristano, dato come ostaggio, il patto fra zio e nipote fu tenuto segreto e pertanto Antonio faceva pervenire ad Alfonso V una supplica, affinché inviasse il figli Tristano a Carpinone perché la madre, affetta da grave malattia, desiderava di rivederlo prima di morire.
Non si sa se la malattia della moglie di Antonio Caldora era una realtà o una invenzione diplomatica, ma Alfonso, pur avendo intuito lo sviluppo che avrebbe preso la situazione, volle ancora una volta dimostrare la sua generosità, rimandando Tristano con tutti gli onori e con molti ricchi doni. Era l’anno 1441. La separazione di Antonio dall’Aragonese, allorquando già si delineava la sconfitta degli Angioini, fu un errore che portò alla rovina tutti i discendenti del famoso e valoroso generale GIACOMO CALDORA.
Il 2 giugno del 1442 Alfonso d’Aragona conquistò Napoli cacciandone Renato d’Angiò e dopo pochi giorni si organizza per bene e si mette in movimento per debellare il Caldora che egli riteneva uno dei nemici più potenti e di grande ostacolo alla sua espansione.
Partito da Napoli, il giorno seguente arriva ad Isernia che allora stava dalla parte del Caldora, particolarmente perché era vicina al potente signore che dominava quasi tutte le terre della zona. Isernia, subito, gli spedì dei messi che offrirono all’Aragonese la dedizione della città e pertanto quest’ultimo verso sera entrava in città senza colpo ferire  e veniva accolto insieme al suo presidio.
Comincia a questo punto  una serie di gesti di devozione che porterà  Alfonso V a insignire la città di Isernia con il titolo di “fedelissima” e a dargli tanti altri privilegi contenuti in un diploma datato 22 giugno 1442 in cui, tra l’altro, il re esprimeva la sua gratitudine alla città  per i grandi aiuti ricevuti in quel frangente (?)
Avvenuto tutto ciò, Alfonso V d’Aragona si accampa in una zona prossima ad Isernia e si prepara ad attaccare Carpinone che considerava il punto nevralgico della sua azione bellica.

04 aprile 2012

Il castello Caldora al 1739

a cura di Enio Monaco
Per poter maggiormente rendere l’idea delle condizioni in cui viene poi miseramente a trovarsi, passando di mano in mano a proprietari dissoluti e negligenti, quello che era stato un castello fiabesco, per  struttura e ricchezze, riporto appresso la minuziosa descrizione prodotta nella copia di compravendita, al momento in cui lo acquista il barone gennaro de riso il 22 maggio dell’anno 1739.
“Nella sommità del colle ove risiede la terra di Carpinone, vedesi in un luogo più eminente e superiore edificato, giacere il Palazzo Baronale a guisa di un forte e difeso castello, tenendo infatti immediatamente al di sotto verso tramontana dalla parte che guarda l’abitato di detta terra un forte murato, benchè ora per l’antichità interrotto e gusto in alcune parti, che dicesi la Cittadella, da dove in esso palazzo si ha la segnata comunicazione e ritirata e comunicasi anche dall’abitato di detta terra per una tal denominata Porta Vallone. L’intiera consistenza dunque di detto palazzo con tutti li suoi membri inferiori e superiori ed officine tutte la è nel modo che segue:
Primieramente in frontespizio dell’ultima salita del monticello trovasi il portone di detto palazzo senza la sua chiusura di legno dal quale per una strada privata solicata di brecce di larghezza palmi 15, tira ad un altro portone, quale tiene la chiusura sua di legname vestita con l’animo di ferro in parte guasta e consumata dal tempo con ponte avanti di legno, ed egli stesso in detto portone al di sopra coverto di d’embrici a coppola di prete a destra di detta via privata vi è un abitazione che dicono chiamarsi il fondaco o conservazione di vettovaglie e biada provenienti al Barone dal proprio Feudo.
Consiste in due stanzoni, uno inferiore per tre gradi sottomesso a detta strada coverto a travi per contenuto di 20 velere, oltre di uno spicone, che lo spazio ne contiene di altri 3, li capitravi di questa covertura si vedono alquanto patiti nelle teste, che posano al muro retrano, tanto che molti ne stanno puntellati, e due velere dello stesso sono sfondate e prive di solari della loro veste. E lo stanzone superiore da cui si ascende a scala a mano da dentro quel di sotto, egli è coverto d’embrici.
 A sinistra di detta via privata vi sono due giardini uno superiore al medesimo piano, l’altro inferiore, ambo murati.
Il primo è lungo palmi 182 e mezzo e largo palmi  8  e  3/4  incluse le mura che lo riserrano essendo questo affatto distrutto, perché non vi sono che un piede d’amarena, uno di pesco, uno di pero, ed uno di fico.
E lo secondo giardino inferiore a cui si sale dal primo descritto mediante grada di fabbrica, a lumaca, presentemente. Egli è lungo palmi 178 e ¾ e palmi 76 largo incluse anche le mura che il circuiscono da due lati occupati da morge; del resto poi piante di diverse sorti di pera e viti d’uva.
Da questo si ha l’uscita alla Via Vicinale Dell’Olmo, ossia del Purgatorio il muro che da tal parte lo riserra vedesi molto curvato per la gran carica del terreno che soffre dimodocchè per ripararsi devono farsi molto urtanti d’altezza simile al muro da tal parte o pure questo affatto demolirsi, e poi rifarsi di sufficiente grossezza a misura della terra che sostiene.
Dal descritto portone in testa a detta via privata si ha l’ingresso ad un cortile scoverto avanti al palazzo e si cala parimenti al fosso che lo medesimo circonda verso levante, infine del quale da man manca vi è stanza diruta priva di porta e covertura, che prima era in uso di pollaio.
A man dritta di detto secondo portone vi è un abitazione di due stanze a travi, la prima di quattro velere, con l’ingresso per sotto la covertura dell’istesso portone, in quella manca la porta di legno, il suo calpestatoro è covertura affatto sfondata. Era questa per abitazione di guardiano e la seconda  grande stanza che serviva per conservare le biade contiene lo spazio di 14 velere, con un pilastro di fabbrica nel mezzo che regge e contiene il pezzo di una covertura, sopra delle predette due stanze vi è uno stanzone diviso in tre e mediante due intelature al di sopra, coverto da embrici di due penne, mancandovi affatto le porte e finestre di legno, porzione della covertura di dette tre stanze si trova caduta ed il resto ha bisogno di total rifazione per esserne le sue incavallature molto basse e non con la dovuta pendenza.
A queste tre stanze che servivano per la…..si ha la salita per grada di fabbrica scoverta di fuori, dal di cui ballaturo prima per passetto di legno affatto diruto si comunicava all’ultima di dette tre stanze sotto le prime descritte due stanze, e poi vi è una stanza sotteranea per uso di stalla per molti palmi inferiore al cortile con la sua covertura a travi, sostenuta da due pilastri di fabbrica.
Nel fronte di detto cortile vedesi propriamente giacere il palazzo, ossia abitazione del Barone, munito all’intorno di cinque torrioncini per sua difesa.
Da man sinistra si trova il suo portoncino, ossia entrata, parte coverta a travi e parte a lamia, la chiusura del quale è formata a cardellini, con saracinesca che cala da sopra per maggiore sua difesa.
Dall’entrata si passa ad un bel comodo cortile scoverto solicato nel suolo, con sogli di pietre del paese, tutto poi all’interno racchiuso dalle abitazioni del Barone, perché al di dentro mediante Palazzo.
A sinistra di questo cortile vi sono due stanze a travi, con un sol porta dal medesimo, perché al di dentro mediante porta nel comune partimento sono tra di loro comunicanti, ricevendo ambo il lume della parte estranea, mediante alcuni speragli a forma di saette. Ne siegue appresso un’altra all’intutto simile alle due descritte ma di più col comodo di focolare e dopo questa un’altra con l’ingresso a dentro detta stanza per uso di carcere criminale; sotto poi le dette tre stanze ve ne sono  altrettante sotterranee, a cui si cala da due delle tre predette descritte; nell’altro lato a destra di detto cortile vi è un gran cellaio a lamia, ossia cantina per essere molti palmi sottomessa al piano di detto cortile, estentendosi questa per lunghezza quanto tira la facciata del palazzo da verso levante a riserva di una sola stanza che in tra si descriverà. In questo cellaio affatto mancano li posti per le botti.
In testa del cortile vi sono due altre stanze ambo a travi senza le chiusure di legno, la prima in uso di stalla e la seconda per comodo di legna, di dentro questa poi si passa ad un'altra simile a travi,  con pilastri di fabbrica nel mezzo, che sostiene l’arcano della sua covertura, e questa è quella stanza che viene a fiancheggiare  il descritto cellaio.
A destra dell’entrata poi vi sono due altre stanze a lamia, alquanto basse, con la loro porta da dentro il predetto cortile, e propriamente a lato della grada principale, essendo queste per uso di dispensa.
Nel prescritto cortile vi sono a mano destra due scalinate scoverte, una cioè la principale addidante alla sala dell’appartamento nobile ed è formata a cordoni dopo lo ripartimento  di venti di essi a cordoni, si ha in fin di essa un ballatoio coverto d’embrici; e l’altra scalinata, che dal piede della prima descritta si parte sporgendo sopra l’arco dell’entrata, ma è di 12 scalini, ma di minor larghezza di quella a cordoni e quasi per metà, dando questa l’adito  ad una abitazione in piano del primo appartamento superiore, la quale consiste in sala piccola di forma triangolare, quattro stanze, ed uno stanzolino semitondo coverti a travi con incartate e fraggi all’intorno,ed il loro suolo pavimento di mattoni bislunghi, venendo solamente la scala a risiedere sopra l’entrata e le quattro camere e camerino suddetto sono nella facciata verso ponente, dalla qual parte, eccetto chè il camerino tengono dette quattro stanze balcone di pietra pesante sopra gattoni simili, uno per ciascuna, senza però le pettorate di ferro per esserne state levate , detto camerino semitondo viene a risiedere sotto uno delli cinque enunciati torrioncini.
L’appartamento nobile a cui si adita per la descritta grada a cordoni con suo ballatoio in fine coverto con embrici, come poco fa si è detto nello stesso piano del primo appartamento, è formato primieramente da una gran sala coverta con soffitta di tavole ripartita a quadretti e vi sono due balconi con loro cacciata di pietra forte del paese, con gattoni della stessa pietra che sostengono in quello che mira dalla facciata verso levante; vi manca la pettorata di ferro ed all’altro posto nell’altra facciata vi manca similmente la sua pettorata di ferro e due pezzi di pietra, vi è anche nella detta sala un focolaio alla romana col suo locale di pietra forte, ed ascosto di esso vi è un piccolo vuoto ad uso di riposto.
Da un angolo di detta sala s’entra in una piccola cappella familiare formata nel torrioncino che unisce dalla parte esterna a detto angolo; la sua porta di legname è trasforata nelli quadri superiori e scorniciata da dentro, e fuori ha la soffitta di tavole ripartita a quadretti, con rosette nel mezzo, e colorita nel fondo di torchino, e traffilata con oro. L’altare poi fornito con pietra sacrata, ha il suo quadro in testa con l’effige della Beata Vergine, di San Giuseppe, San Giovanni Battista, Sant’Antonio Abate, Sant’Antonio di Padova ed altri Santi.
Alla man sinistra di detta sala sieguono quattro stanze foderate, cioè due nella facciata verso levante e due verso l’interno del palazzo e con un camerino in fine formato nel luogo di un altro torrioncino la dove è il comodo del luogo comune delle accennate quattro stanze; le due che attaccano alla sala, da cui separatamente in ciascuna di essa si ha l’ingresso sotto coverte con soffitte di tavole ripartite a quadretti, ed hanno rispettivamente verso levante e verso il cortile un palcone di pietra forte ma senza parapetto di ferro, ambedue senza intempiate di tavole, ma con li semplici travi; in una di esse  però è coverta la suddetta travatura con tela, ma tutta lacera; da una di dette stanze, cioè da quella verso l’interno del palazzo, rivoltando alla sinistra si ha l’ingresso in due altre stanze in  testa del cortile verso dove ciascuna  tiene la sua finestra affacciatora; ambedue sono di queste stanze coverte a travi, sebbene la covertura della prima è quasi intiera sfondata.
Ed in questa prima stanza vi era anche una scala di legno di due tese mediante la quale trascendeva alli suppegni soprastanti ad essa e all’altre di sopra le prime notate abitazioni, come appresso si dirà; dalla seconda stanza si comunica a detta abitazione già prima descritta in questo stesso piano e si ha l’ingresso eziandio in una cucina situata a fianco di detta seconda stanza, la quale cucina sporge in fuori della facciata verso tramontana, essendo quella coverta d’embrici; ed oltre il focolare fatto allo uso del paese, vi è il comodo di picciol torchio per sopprimere liquo ri ed altro ed un piccolo stanzolino latente che succede a man sinistra di esso, vi è il comodo del luogo comune; da detta cucina per prima si calava in uno dei Bassi descritti nella testa del cortile, mediante scala di legname formata a lumaca di putè, benvero è chiusa la comunicazione.
Nell’abitato del cortile vi sono alcuni altri membri, con li quali si entra parimenti dalla descritta sala di questo appartamento nobile; sono tre stanze e due camerini, cioè due con l’aspetto  al cortile sono coverte a travi con tele istoriate soprapposte e colli comodi di focolari alla romana, l’altra stanza latente alla prima  è nella facciata verso levante dalla  quale parte ella tiene un balcone simile agli altri di pietra forte, senza il parapetto di ferro, latente alla seconda stanza vi è formato nel corpo dell’altro torrioncino uno stanzolino rotondo coverto con interviate di tavole e vi è il comodo di prevaso e due stipi dentro il muro e a fianco di detto stanzolino finalmente vi è l’altro alquanto più piccolo situato alla facciata verso mezzodì.
Sopra parte del piano di questo primo appartamento, cioè sopra tutta l’abitazione in primo luogo descritta a riserva della saletta triangolare di essa, la quale ha la sua covertura più alta delli rimanenti membri di tutto l’appartamento nobile, vi è formato un altro appartamento ma alquanto basso a modo di suppegno coverto di embrici; viene questo compartito da varie intelature  per comodo di potersi  divisamente buona parte di essa abitata.
E’ vero però che non è in tutto lo stato presente di comoda abitazione, poiché la maggior parte della sua covertura ha bisogno di rifacimento, piovendo in molti luoghi ed il altre stanze di esso mancandovi li solari che sono guasti e sfondati e altresì mancandovi molte parti di legname e tutti li serramenti necessari delle quali è fatto privo, difetto che eziandio divide essere in tutte le stanze del primo appartamento nobile già sopra descritto.”   
                                                      (ESTRATTO CONFORME ALL’ORIGINALE)

02 aprile 2012

Macchiagodena - Carpinone 3-3

Match molto sentito tra Macchiagodena e Carpinone, che termina con un nulla di fatto: tre reti, un punto e un espulso per parte, questo il consuntivo del match. Nel primo tempo i locali tengono bene il campo e si portano in mezz’ora sul 2-0 con Carile e I. Palermo, ma prima del riposo il Carpinone si riporta in parità con Gianluca Venditti e Umberto Marotta. 
Nella ripresa gli ospiti sono più tenaci e al 60’ Mirko Venditti insacca la rete per momentaneo vantaggio del Carpinone; il Macchiagodena ovviamente non tira i remi in barca e al 75’ Notte finalizza l’agognato pareggio locale. 
L’ultima parte di gara vede gli animi in campo surriscaldarsi eccessivamente e a farne le spese sono un calciatore ospite e uno locale, che rimediano il cartellino rosso; concordi i giudizi delle due società a fine gara: “Abbiamo registrato una direzione di gara poco decisa, che non ha saputo tenere a bada a dovere un agonismo diventato eccessivo nelle ultime fasi del match” questo il sunto del pensiero della dirigenza locale e dell’allenatore ospite.
Pareggio tutto sommato giusto su un campo ostico che negli scorsi anni era stato sempre negativo per i ragazzi Carpinonesi. Con questo punto esterno il Carpinone, approfittando della sconfitta del Gildone si attesta al quinto posto, ultimo posto utile per i playoff con ben 4 punti di vantaggio sulle seste anche se, alla ripresa del campionato tra 15 giorni, ci aspetta uno scontro casalingo contro l'ottimo Ripalimosani che ha appena perso la leadership del girone.

MACCHIAGODENA: Di Filippo, Terriaca, Di Fiore (Terrigno), Del Monte (Martella), Minotti, Ciccone, Carile, Perrella, Palermo, Notte, Palermo I.. ALL.: Forte.
CARPINONE: Pilenza, Iasevoli, Nini, Caldararo, Venditti A, Giancola, Venditti G., Venditti M., Marotta, Ricci, Scaldaferro. ALL.: Mercuri.
ARBITRO: Novelli di Campobasso.
MARCATORI: 15’ Carile, 30’ Palermo I., 35’Venditti G., 40’ Marotta, 60’Venditti M., 75’ Notte.

8. giornata ritorno 1 aprile  
Cercemaggiore Volturino 2-2
Macchiagodena Carpinone Calcio 3-3
Matrice Hermes Toro 0-3
Nuovo Vinchiaturo Capoiaccio 3-2
Ripalimosani Campobasso Calcio 1-1
Rock Baranello Monteverde 2-0
SanGiuliano DelSannio Real Gildone 3-0
Spinete Calcio Club Olympus 2-3

  CLASSIFICA P.ti G V N P GF GS
1 Nuovo Vinchiaturo 57 23 18 3 2 54 27
2 Ripalimosani 55 23 17 4 2 55 15
3 Hermes Toro 50 23 16 2 5 98 19
4 SanGiuliano DelSannio 41 23 13 2 8 49 33
5 Carpinone Calcio 40 23 11 7 5 28 26
6 Capoiaccio 36 22 10 6 6 48 27
7 Real Gildone 36 23 10 6 7 32 35
8 Cercemaggiore 32 21 10 2 9 36 32
9 Macchiagodena 32 22 9 5 8 31 36
10 Volturino 26 23 6 8 9 32 31
11 Calcio Club Olympus 24 23 6 6 11 30 48
12 Campobasso Calcio 22 23 6 4 13 22 37
13 Spinete 21 23 5 6 12 31 37
14 Monteverde 18 22 5 3 14 27 49
15 Rock Baranello 9 22 2 3 17 22 43
16 Matrice 7 21 2 1 18 11 111

Classifica marcatori  
Di Rosa 6
Marotta 5
Venditti G 5
Scaldaferro 4
Giancola 2
Venditti M 2
Antenucci 1
Nini 1
Fabrizio F 1
Di Paolo 1
Zuccarelli 1

9. giornata ritorno 15 aprile
Calcio Club Olympus SanGiuliano DelSannio
Campobasso Calcio Matrice
Capoiaccio Monteverde
Carpinone Calcio Ripalimosani
Hermes Toro Rock Baranello
Nuovo Vinchiaturo Spinete
Real Gildone Cercemaggiore
Volturino Macchiagodena

01 aprile 2012

Storia del Castello Caldora

A cura di Enio Monaco
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La storia di Carpinone è preminentemente legata al suo Castello Caldora che conserva ancora il suo maestoso aspetto. "Il castello di Carpinone si eleva a picco su di una massa rocciosa che fronteggia a distanza la città di Isernia. La ripidezza della roccia, ed il suo bello selvaggio ed orrido non si dimentica da chi l'abbia veduto."
Purtroppo mani profane ne hanno trasformato l’interno con il passare degli anni e quasi nulla lascia trapelare degli antichi sfarzi e dei suoi pregiati ricordi.
La parte esterna nella quasi totalità è rimasta intatta. Il castello si componeva di 5 torri che andavano a racchiudere una zona quadrangolare con numerosi ambienti ed un vasto cortile oltre ad un piccolo parco che lo circondava. Originariamente aveva una porta per accedere al cortile e un portone con ponte elevatoio al livello della chiesa Madre.
Gli alloggi per i soldati  e le scuderie con diversi servizi erano al piano terra. Al di sopra vi era un piano nobile con un enorme salone ed una cappella di famiglia per la celebrazione delle funzioni sacre. Al piano superiore le camere da letto. Era presente anche una botola, nella zona a picco verso i monti, mascherata, che serviva a far precipitare nell’abisso gli indesiderabili.
Nel sotterraneo vi erano le prigioni ed i locali per le torture come in ogni castello che si rispetti. Rotonde sporgenti che servivano come posto di osservazione per tenere d’occhio la vallata e quant’altro, sono ancora esistenti per poter guardare uno splendido panorama.
Il castello di Carpinone non è stato mai espugnato poiché inaccessibile da tutti i lati tranne uno protetto anche questo da un ampio fossato con il ponte elevatoio, tirato da catene e che scorreva a saracinesca nelle guide scavate negli stipiti; era altresì cinto da una cerchia di mura alte e poderose.
In questa dimora regale vissero gli antichi Baroni e mossero i primi passi con Giacomo, Antonio, Raimondo Caldora, tanti altri insigni guerrieri.
“Tra queste mura si ordirono intrighi e fiorirono idilli e qui sicuramente attesero di riprendere la propria donna, nella prima notte di nozze, i vassalli freschi sposi: taluni inorgogliti dalla concessa preferenza dell’amplesso ritenuto onorifico, talaltri veramente indispettiti per l’odiosa precedenza che il “diritto della prima notte” concedeva al Signore”(dichiarato dal Perrella ma non ritenuto veritiero).
Quasi certamente fu edificato nel secolo XIV dalla famiglia quando signori  del paese erano i conti di Isernia e fu fatto abbattere dall’imperatore FEDERICO II DI SVEVIA poiché ravvisava nella potente fortificazione del castello un pericolo per il potere centrale.
Il Maniero (quindi tutto il feudo) passava in successione nelle mani di diversi personaggi; da TOMMASO D’EVOLI che lo ricostruiva a PIETRO TUCCIACO morto nel 1300, quindi fino al 1306 andò al Principe RAIMONDO BERENGARIO figlio del Duca di Calabria. Dal 1306 al 1315 al Principe PIETRO di GRAVINA figlio di ROBERTO IL GUISCARDO.
Nel corso dell’anno 1300, dopo altri feudatari, passava nelle mani della Principessa GIOVANNA di DURAZZO moglie del Conte d’ARTOIS. Intorno al 1382 va di nuovo nelle mani della famiglia d’EVOLI e precisamente del Marchese NICOLA D’EVOLI che ricevette il feudo da CARLO III di DURAZZO in cambio di collaborazione data a Roma.
Il feudo di Carpinone veniva considerato di grande valenza strategica e quindi ha visto un continuo succedersi di principi e quant’altri miravano al dominio dello stesso.
Finalmente dopo un ventennio il tutto passa nelle mani della famiglia CALDORA che dette un‘impronta storica di grosso rilievo al feudo.
Costoro profusero un grande impegno per incentivare il feudo, facendolo sviluppare notevolmente, addirittura riducendo i canoni che gravavano sulla proprietà e quindi migliorando l’economia dell’epoca.
GIACOMO CALDORA abbelliva con grande gusto l’interno del Castello riportandolo al fasto nobiliare ad alle grandi vestigia del passato, ne ampliava gli ambienti, ne decorava le pareti con splendidi arazzi orientali, rivestiva i pavimenti con preziosi tappeti, ornava i mobili con suppellettili d’oro e argento, tutti ornamenti provenienti dalla Repubblica di Venezia che li aveva dati in dono al condottiero per il suo valoroso comportamento quando era al suo servigio. I boschi limitrofi, ricchi di selvaggina erano l’ideale per trascorrere in quel posto delle giornate di grande svago e diletto.
Lo storico Perrella ebbe a dire che al castello, in quell’epoca, vigeva il privilegio dello ”IUS PRIMAE NOCTIS” diritto dell’epoca che dimostrava il potere sconfinato ma il Masciotta smentisce l’enfatica diceria che invogliava ancor più a vivere in quel posto, memore e testimone di glorie e dolori, di gioie e sventure, di amori e odi, infatti il figlio Antonio lo prescelse a dimora stabile e fu proprio nelle mani di quest’ultimo, dissennato e volubile anche se valente combattente, che il feudo subiva scosse travolto dalle sventure del suddetto, ma mai  avvennero le violente celebrazioni del “diritto della prima notte”.